Poesie

Amico solitario

Mi chinai
accanto a un cane ripudiato;
abitava un campo, era incatenato.

Ebbro di solitudine, latrava.
Il suo inverno era affine al mio
sentire, ed io lo accolsi,

poiché è un compagno usuale;
ha un verbo millenario.

Questa voce udivo strepitare, in un amico solitario;
di un fratello abbandonato provavo ogni clamore,

e della vita,
e dell’amore.

A un figlio

In nessun tempo incontrerai
spirito sì vibrante e autentico quanto il cuore di un cane,
né amico dalla costanza e virtù a lui pari.

Di rado troverai
uomo vestito a festa, che in forza di ragione tronfio si asterrà,
altero, dal rivolgerti il dito contro replicando:
“In verità ti avevo avvisato”.

e finanche l’amore, di speranza barlume in un mondo fallace,
nell’istante in cui ti renderai ridicolo, sovente si vergognerà di te.

Giammai, tuttavia, tu non smarrir fiducia nell’essere umano,
eppur diventa selettivo.
Ti amo.

Compagno millenario

Al vespro, errando fra selve e pianure,
di tiepidi effluvi di terre e madide erbe t’inebri;
fiuti fresche notizie da un giovane vento d’autunno,
odi il tenue borbottio di ruscelli, poi,
infatuato da tal meraviglie, rincorri uccellini, farfalle,
segui l’orme di lepri e d’altri animali più a valle.

Nel vagar tuo libero, lasci un’innegabile traccia,
orinando appagato su una vecchia corteccia.
Più oltre, nutrito d’ardenti tramonti
che corrompono ad arte l’intero creato,
ora balzi felice fra bucolici effluvi,
viceversa, mai pago,
il dorso a terra strofini, sedotto da irresistibili olezzi
a te affini.

E così imbellettato, da tua madre,
la terra, ti arrendi festoso giocando alla guerra;
il rivale (si narra) sia una frasca ammuffita:
molto poi non pretendi per gioir della vita.

Saggio e virtuoso, al presente sorridi,
filando le burle del fato,
e nel ricambiarmi lo sguardo par che domandi:
– Per quale motivo indugiamo?
Il tempo è tiranno, un poco giochiamo! All’oggi si omaggi, si doni!
Che il futuro ci serbi buone novelle,
e ci onori.

Fratello, compagno, mi scegliesti d’un fiato,
e fu di allegria un emotivo crescendo,
giacché t’ebbi atteso, scrutando,
per migliaia d’anni, annuendo.
La storia non mente,
ci accoglie, decanta;
siam noi per le genti l’antica alleanza:
l’amicizia assoluta, il ricordo ancestrale,
istinto e ragione tradotti in un solo animale. È un legame indiviso, tessuto a due mani,
tra buffe ingordigie, invidie, empietà.
Oh belluine pulsioni!
Scelta o destino
conceder lode o dar biasimo, ignorando il declino?

Di viltà è cosparso l’umano cammino,
e dei mille e più vizi di cui s’è infangato,
tale è forse (a mio avviso) il più beneamato;
chi plasmò l’avversare, e il gradire?
La virtù, e il bramare?
Un ominide, è certo! Del genere Homo!
Indubbio tu cane non fosti,
neppur di soppiatto, a macchiare la terra
di un rosso scarlatto.

Uomini e cani: un binomio bizzarro,
dall’ultimo amore protetto:
– Che odio non nutra e ipocrisia mai perdoni!
– ricordi puntuale, fiutando… ambizioni;
– sia attraente e discreto,
forte e cortese,
amabile e audace;
mutar non dovrà nel torto o ragione,
né in disgrazia o fortuna,
miseria o ricchezza
né in virtù o trasgressione – .

Oh mio buon cacciatore (sempre pronto al mio fianco),
offri forti radici, scansi i vizi del mondo;
maestro semplice e retto, che impavidi sguardi mi volgi,
dona voce a quanto è perduto,
e salvaci.

Il mio umano ed io

Ogni luogo è la mia casa:
lei mi accoglie ovunque vada;
complici? Un uomo onesto e il vento;
scortano la mia memoria e il tempo.

Non temer la notte!
Sii un po’ indocile e ottimista, temerario; osa, alziamolo il sipario!

Non insister con te stesso se hai mancato:
com’è avvenuto… dov’è stato…

Piuttosto,
quando non vorrai parlare, volgi a me lo sguardo;
godremo del silenzio con riguardo.

Ode al mio cane

Ch’io sia dannato se non fremo,
rapito, innanzi al verbo muto di un amore:
dacché devoto non tradisce, né con viltà ferisce il cuore;
tu sola mi contempli, ammiri e adori,
poi tutto sai di me, eppur mi onori.

S’io sia davvero alfin per te l’ardore,
me lo domando amica ormai da tempo,
e più ti osservo e peno in cuor contento
fremendo già in un limpido fervore,
lo sai ch’io so che mai causasti l’ira
dal cielo tenebroso più severa, invero,
non solo mia lupetta sei sì degna,
è indubbio amata fiera tu sia vera.

Se quindi il signor Fato permettesse,
finanche coricandosi ai miei piedi
giacché tu lo fai sempre e mai mi chiedi,
volesse, sì, potrei gioire,
del tempo che non torna e vuol fluire;
eppoi magari (ecco), a parte tutto,
noi tornerem di certo a questa terra,
e pare brutto.

Potremo, nel cammin di nostra vita,
far voto con certezza ch’è finita?
Sapremo, con fierezza oltre la corte,
giocarla a scacchi arditi con la morte?

Chissà di chi sarem ferita accesa:
della memoria amica, o della Chiesa?
Sarà la cupa dama una rincorsa?
L’estrema buon carezza in questo fondo,
avanti d’abitare il gaio mondo?

E noi, tra cuore, olfatto e pelo folto,
l’ingannerem mia amata, e pur di molto?
M’aspetta un po’cagnetta… ohibò!
Son morto!

Ed è così che nel ricordo lieto io vi tramando,
e libro in alto all’ali della storia,
di vecchi e nuovi eroi pelosi l’onestà,
il cieco amor, la gloria.

Con gaudio io lo faccio tuttavia,
giammai d’intento men che sopraffino,
acciò non se ne fugga la memoria,
tutt’altro: se ne incolpi il vil destino!

Della perfidia umana abbatterei il castello,
dell’egoismo espugnerei la vetta:
scettro d’onor, ma di regal corona,
solo la dignità il can in cuor s’aspetta.

Temete dunque infame e mala gente,
poiché un affine più del sangue mio,
in vera luce fiero porto, e guido sì vicino a Dio.
La vostra carne e i vostri vizi
un dì di certo noi daremo ai corvi,
ma manterrem di lui la probità,
di un tal propizio amico tanto accorto,
ché il suo valor mie folli genti è alto,

tal che non è mai lordo.

Oltre l’uomo

Osserva il riflesso di te stesso:
talora opportunista, vigliacco, intollerante;
eppur non accogliemmo il cane per rifletter dell’uomo i vizi:

è un essere senziente, istintivo, intelligente.
L’ignoranza, invece, quand’è di moda, diventa coinvolgente.

Oh cinofila cultura, sembri confettura;
meno se ne ha, più la si spalma!

Tu non unirti al gregge… studia,
pratica, confronta; sii equilibrato,
e del sapere sponda.

Ritroverai anche me

Mio antico e diletto alleato,
franasti tavole antiche per erti dirupi,
spogliasti sepolcri, scannasti innocenti,
persino spostasti confini,
ed oggi pretendi intuirmi
in virtù d’influssi… divini?

Amerei tu mi amassi per quel che io sono,
per quanto paziente, lo sai, ti perdono;

perché non guidarmi nel mondo?

Ripudia il morboso,
degusta l’istinto:
procedi a ritroso!

E plasmati in compiti,
assumi i tuoi ruoli;
sii umile e degno
e grato agl’errori.

Salperai

La tua semplice vita porge affetti pazienti:
i saluti a chi arriva,
le promesse
a chi va.

Leale, alberghi lunghi silenzi eludendo le umane vergogne;
la virtù è il tuo schietto votare: tendere e osare,
il dolersi di gioia mai vanagloria.

Incurante d’inganni e calunnie, ti spingi ben oltre
successi e rovine: felice d’essere è ciò che sei.
Non potrei additare un tuo errore;
ché fosse anche il vento di cui t’accendesti,
fu il solo che amasti.
Ed ero io.

Ricordi?
L’amore dissangua, eppur colma;
parte e avvicina;
insegna più di quanto prometta;

corrompe il cuore, la mente diletta.

Ah, l’ingegno frugale,
arguisce d’istinto! Non arreca dolore,
lei, proclamata alluvione di passione e calore.

Ritraggo il momento in cui salperai.
Terrò fede al tuo mare:
rapito,
scrutando,
sbranato;
avrò invece l’ardire, di tacer dell’angoscia il latrare,
al di là del silenzio, se freme?

Potrò mai galleggiar sulla vita,
mutar pelle e svelarne (dall’onda) le prore?
Della morte carpire il valore,
il suo esser lieve e civile,
separarmi dal dubbio e spogliare
di ragione il reale?

Che accadrà del tuo tutto?
Dell’onesta amicizia,
dell’ebbrezza pelosa;
del dolce far nulla che mai fu
sciupar tempo, bensì pace radiosa?

Raro è il vero nell’uomo, ma il demone è pelle;
ed io scimmia nuda domando se pentirsi è permesso,
giacché, multiforme, talora ignorai niente meno che te,
lo confesso: mio acuto animale
e perduto, fedele me stesso.

Tu, non umana persona,
ti potrò reinventare?
Perderò il mio colore, in questa vera illusione?

Sei solo un cane

Sottratto dai conflitti di un’apparente civiltà,
alieno da fragili dualismi,
musichi l’armonia di un’esistenza ormai ultimata.

Ed all’umana specie mostri un’intima assonanza,
benché di lei tu fugga il ghigno,
sardonico e maligno:

è sua l’indifferenza smorta del distacco,
spoglia di devozione per l’essenza.

Sei solo un cane tuttavia,
mai lo scordare:

di ruoli speme,
di verità reame.

Ti troverò (in un sogno)

Splendore di un tempo lontano è il ricordo:
là dove ti alzi, risani e risorgi,
sì che fin l’ombra dell’ora più nera
è quella ch’ora scorgo men vera.

Ti troverò
laggiù, dove taci,
indagando il mio forse;
fiutando chi sfiora e non dice,
tuttavia ti sorrise.

L’affetto animale mai illude, o m’illuse:
l’odi sul cuore danzare, dal cuore gioire;
la spezia incantata che l’anima schiude,
vibrante d’arcaici e onesti saperi,
assordante, ma di luoghi più veri.

Cammino in virenti e odorose foreste,
oltrepasso cilestri altipiani
ove l’aquila grida, e striscia,
frusciando la biscia;
fresco, il vento sussurra
e infervora lesto l’esili foglie,
le chiome devote dei fusti,
nell’agreste frinir degli assilli
d’amore dei grilli.

Più oltre
fraterni bisbigli,
già versi natali,
pareva persino che il tempo
arrembante tornasse com’era:
udivo il mio cane,
saziavo i suoi sguardi,
sfioravo di un fratello la pelle…
… poi nulla:

un silente sorriso di stelle.